Con Teenage Engineering la mia storia con la musica ha fatto una deviazione laterale.
Non una svolta netta, piuttosto un tentativo — quello di sentirmi, almeno per un po’, un musicista a tutto tondo. O qualcosa che ci somigliasse.
Prima c’è stato l’OP-1. Poi l’OP-Z. Infine il KO II. Una traiettoria che non segue la logica dell’upgrade, ma quella della curiosità.
Io ho sempre amato i synth, ma da lontano. Come si ama un mondo che si intuisce enorme, stimolante, e che si sa — fin dall’inizio — non si potrà mai dominare del tutto. E forse è proprio questo il punto.
C’entra anche Thom Yorke. Ricordo perfettamente quando lo vidi suonare un OP-1 in tempi non sospetti, quando ancora non era diventato un oggetto di culto. In quel gesto c’era qualcosa di rivelatore: non la ricerca della complessità, ma della possibilità.
E poi quell’album meraviglioso di elettronica costruito su campioni di Debussy — un disco che non trovo più, sparito dai CD e mai davvero approdato sulle piattaforme. Come se fosse rimasto intrappolato in un limbo, proprio come certe intuizioni.
Ecco: Teenage Engineering mi ha parlato esattamente lì.
Questi ragazzi svedesi non costruiscono strumenti nel senso classico. Costruiscono oggetti di pensiero.
Macchine sonore che hanno più a che fare con la tecnologia, con i Lego, con il design industriale, che con la tradizione musicale. Ti costringono a ragionare in modo diverso, a dimenticare i gesti che conosci, a ricostruirne di nuovi.
Loro ti incoraggiano a un uso libero — ed è vero — ma tirare fuori qualcosa di davvero sensato è difficile.
Molto più difficile che su una chitarra o un pianoforte. Perché qui non c’è un percorso naturale: devi inventartelo.
OP-Z, KO II, OP-1 non ti vengono incontro. Ti ostacolano! E aspettano che tu faccia pace con il fatto che non le controllerai mai del tutto.
Eppure sono bellissime. Piccoli capolavori alternativi, oggetti che funzionano anche da spenti. L’esperienza visiva, sensoriale, tattile è parte integrante del suono. Digitale e analogico si mischiano senza chiederti il permesso. Non stai solo suonando: stai interagendo.
Forse non tirerò mai fuori un capolavoro da queste macchine. Forse resteranno sempre un territorio di esplorazione più che di arrivo.
Ma ogni volta che le accendo mi ricordano una cosa importante: la musica non è solo tradizione o tecnica. È anche pensiero laterale, gioco, possibilità.
E questo, per uno che viene dalle sei corde, non è poco.


