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Acoustics Guitars

Fender Gemini III

“The mothership”

La Fender Gemini, per me, non è mai stata una chitarra.
È sempre stata “The Mothership”.

La mia prima chitarra.
Quella dei sogni veri: acustica, nera lucida, enorme. Quando la vidi pensai che non potesse esistere nulla di più serio, più definitivo. Questo progetto nasce pensando a lei, non per modo di dire.

Ricordo tutto:
i primi barré faticosi, quel manico sottile, il raggio comodo che sembrava fatto apposta per insegnarti senza chiedere il permesso.
Era una fonte continua di gioie, perché suonava subito. Le prime canzoni prendevano forma lì sopra, ancora acerbe ma già vere. E poi quel suono… caldo, grande, esagerato, tipico delle dreadnought anni ’80.
A me sembrava una chitarra super rifinita, performante e di gran lusso. Una cosa da grandi, anche se grande non lo ero affatto. Era una chitarra da studio, troppo verniciata. Ma con un buon odore.

Alle feste era onnipresente. Ce la passavamo come si passano le cose importanti: senza troppe cerimonie. La suonava Davide “Cavallo”, Nelide, Leo. Girava, viveva, faceva il suo mestiere. È stata anche la prima chitarra che ha suonato mio fratello. Questa cosa, ancora oggi, pesa più di qualsiasi specifica tecnica.

Ma come tutte le grandi storie d’inizio, non è stata solo luce.

La Gemini è stata anche fonte di frustrazioni enormi.
È stata vittima di un mio maltrattamento adolescenziale — sì, la famigerata chiave del Sol. Roba che oggi racconterei ridendo, ma che allora era lo sfogo di un carattere introverso, impaziente, incapace di stare fermo dentro le cose belle senza volerle piegare. Eppure è sempre rimasta lì.

Per me, Fender non è mai stata Strato o Tele. Quando penso a Fender, io penso a lei. Alla Gemini. Alla Mothership. A quella chitarra che ti prende all’inizio e ti dice: “ok, ora vediamo se fai sul serio”.

Oggi riposa. Le risparmio lo strazio di stare in tensione per non essere suonata più. È una forma di rispetto tardivo, ma sincero. Magari un giorno la affiderò a Daniele per un restauro filologico, come si fa con le cose che non vuoi dimenticare ma nemmeno usare male.

Per ora sta lì silenziosa e presente.

Ciao Nave Scuola.
Grazie per avermi insegnato tutto — anche quello che non sapevo di dover imparare. 

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