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Guitars Semihollow

TV Jones Spectra Sonic Supreme

Rinascita

Nel 1996, i Soundgarden pubblicarono il loro ultimo album in studio prima della reunion del 2010. Il disco, Down on the Upside, ricevette recensioni contrastanti, poiché rappresentava un tentativo di allontanarsi dai mastodontici riff di chitarra e dalla produzione levigata di Superunknown. Molti fan vi videro l’inevitabile declino che avrebbe poi portato allo scioglimento nel 1997.

Nel 1997 compii vent’anni; ci eravamo appena trasferiti a Roma dal Nord Italia. Senza amici e con moltissime incognite, cercavo di trovare il mio posto in quel nuovo mondo, e la musica era allora uno dei pochi pilastri della mia vita. Ma la musica stava cambiando: la marea del grunge si stava ritirando e, per la prima volta nella storia della musica, non c’era un passaggio netto verso una singola nuova scena. Diversi movimenti stavano prendendo il sopravvento, come il Britpop, il Nu Metal e il cosiddetto Post-Grunge.

Tuttavia, nessuno di questi mi piaceva davvero. Certo, c’era dell’ottima musica in giro, ma semplicemente non scattava nulla in me. Mi faceva sentire come se avessi perso qualcosa che non sarebbe mai più tornato.

Quella sensazione di perdita mi accompagnò per anni, finché una band non riportò finalmente quella stessa energia grezza e senza compromessi che mi mancava. Era il 2002. La band erano i Queens of the Stone Age e l’album era Songs for the Deaf. Fu l’album perfetto al momento perfetto per me.

Dave Grohl alla batteria sprigionava quella potenza familiare che arrivava dritta dai vecchi tempi dei Nirvana, agendo come una benedizione per quelli di noi che c’erano stati negli anni ’90. Ma la vera gemma era la mente dietro quel disco: Josh Homme.

Josh Homme era l’architetto dietro tutto ciò. Il suo stile di scrittura e la sua visione nata nel deserto sembravano freschi eppure familiari, dimostrando che il rock non doveva necessariamente morire con il grunge; aveva solo bisogno di evolversi.

La filosofia di Homme era semplice: evitare l’ovvio. Utilizzando chitarre poco note e amplificatori per basso, creò uno stile unico che ridefinì il suono della chitarra nell’era post-grunge. Si tenne intenzionalmente alla larga dai marchi mainstream come Fender e Gibson, cercando sempre, al loro posto, design bizzarri e audaci. Uno di quegli strumenti era la Gretsch G6143 Spectra Sonic.

Nata da una collaborazione con il produttore di pickup TV Jones, la Spectra Sonic sembrava un reperto retro-futuristico di un set di fantascienza degli anni ’50. Non era la tipica macchina da rock; il suo corpo con camere tonali e i suoi pickup unici producevano un twang che era al tempo stesso sofisticato e grezzo. Quando Homme la collegava alle sue testate per basso, creava un suono spigoloso e tagliente che fendeva l’aria: ben lontano dalla distorsione fangosa del passato. Potete sentire il suo timbro in “Little Sister” e “Burn the Witch”.

Per me, scoprire quel suono fu una rivelazione: era la prova visiva e sonora che il rock non era morto; si era semplicemente evoluto in qualcosa di più intelligente, affilato e stilisticamente strano.

Guardando indietro, quella Gretsch Spectra Sonic non squarciò solo il muro del post-grunge; squarciò il mio senso di isolamento. Camminando per le strade affollate e baciate dal sole di Roma con Songs for the Deaf nelle cuffie, non mi sentivo più un estraneo in una città straniera o il relitto di un’era musicale defunta. Il tono di quella chitarra fu un ponte tra il mio passato al Nord e il mio futuro nella Capitale. Mi insegnò che, sebbene non si possa tornare nella Seattle del 1991, si può sempre trovare un nuovo deserto da attraversare. Non avevo perso la mia musica; avevo semplicemente trovato un nuovo modo di ascoltarla. E di suonarla.

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