Un passaggio di testimone
Questa Les Paul Special Special non è una semplice chitarra, è una faccenda di fratellanza e rispetto. In mano massiccia, consistente, perfettamente bilanciata, con quei due P-90 taglienti e intelligenti, bilanciati e brillanti, capaci di bucare il mix senza mai diventare invadenti. La attacco con la band e già da pulita suona esattamente come deve suonare, senza sforzi, senza spiegazioni.
È una chitarra spartana, ma proprio per questo è un più di un lusso: ha tutto quello che serve e non le manca nulla, il resto è di contorno. Comoda, un invito allo studio, a restare lì ore senza accorgerti del tempo che passa, ed è sorprendentemente versatile. Nel blues è a casa, nel rock è nel suo habitat naturale e nel jazz, se sai cosa dire e come dirlo, risponde con una voce credibile, piena, calda.
D’altronde non ho scoperto solo io la potenza di questo strumento. C’era un certo Johnny Thunders che proprio Cavallo e Falpa mi fecero conoscere. Sul palco del CBGB dei New York Dolls Johnny con la sua Special scaricava plettarate furiose. Accordi sbilenchi, assoli che sembravano sul punto di crollare ma che restavano in piedi per miracolo, come le sue canzoni. Quel suono tagliente e sporco non chiedeva di piacere, pretendeva attenzione. Era rock’n’roll nel senso più puro e pericoloso del termine, dove l’errore non si correggeva, si trasformava in stile.
All’epoca leggevo Rockstar (rivista compianta) e spesso campeggiavano quelle foto del CBGB che mi ipnotizzavano. Bianco e nero. Facce magre, giacche lise, chitarre suonate spesso male ma con gran convinzione. Pensavo: che tipi strani… e subito dopo immaginavo l’odore. Un misto di birra stantia, sudore, fumo e credo vomito lì sotto al palco. Altro che profumo vintage, quello era odore di verità. E noi nei nostri pub puliti di periferia quel mondo potevamo solo sognarlo.
Oltre alla storia di Johnny questa chitarra porta con sé una vicenda personale forte: è stata la prima Gibson di mio fratello, che Gibson le ama davvero, di quelle passioni profonde e non di facciata. Me l’ha donata con un gesto generoso, ma soprattutto con il desiderio sincero di farmi assaggiare anche a me l’incredibile consistenza di questo strumento, quel senso di solidità e verità che senti sotto le dita e che non si può spiegare, solo suonare.
Non ho mai smesso di ringraziarlo, per il gesto in sé. Non tanto per la chitarra, che pure è straordinaria, ma per quello che c’era dentro quel passaggio di mano: fiducia, rispetto, la voglia sincera di condividere qualcosa che per lui contava davvero.






