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Guitars Spanish

Vincente Tatay 1940’s

Restando sul filo dei custodi di chitarre, c’è una storia che per me ha un peso speciale.
Quella della Vicente Tatay degli anni ’40.

L’ho acquistata online, ad occhi chiusi. Un atto di fiducia totale, quasi irresponsabile. Ma quando una chitarra ha quasi un secolo di vita, non la scegli: la riconosci. E lei, evidentemente, aveva forse ancora qualcosa da dire.

Il suono è enorme. Quasi eccessivo, per quello scricciolo.
Forse anche perché qualche catena non è più esattamente dove dovrebbe essere. Ma sapete una cosa? Meglio così.
Quelle irregolarità sono parte della voce. Non la correggono: la rendono unica.

È la mia chitarra classica definitiva. Non ne prenderò altre, anche se Enrico qualche volta mi tenta.
Suona da quasi cent’anni, e si sente. È stata restaurata di recente, e poi c’è stato l’intervento prodigioso di Daniele, che ha lavorato sull’action con una precisione chirurgica, rispettosa. Niente forzature, solo ascolto.

È un peso piuma, vibra tutta, scalda le mani. La imbracci e senti il legno rispondere subito, come se fosse ancora giovane. È una chitarra che non proietta: abbraccia.

E poi c’è lei, la cosa più importante: una chitarra classica in casa è fondamentale. Lì sempre a portata, vicino al divano. Enrico quando viene a bersi un vino naturale di Luigi a casa mia, deve trovare una classica a tutti i costi.

Quel manico grosso e largo ti rimette in ordine. Ti riporta alla disciplina, alla postura, alla pazienza. Qui non ci sono scorciatoie, non ci sono effetti, non c’è volume a cui appoggiarsi. C’è solo il gesto. E se il gesto non è giusto, lei te lo dice.

Suonarla è come rimettere sul piatto The White Album per resettare tutto.
Dopo le scorribande musicali più ardite, dopo le derive elettriche, dopo il rumore, torni qui. E ti riallinei.

Calda, vibrante e vera.

E inevitabilmente torna sempre la stessa domanda — quella che accompagna tutte le chitarre che contano davvero: di chi era? Che vita ha fatto? Che mani l’hanno suonata prima delle mie?

Io non lo so. E forse è giusto così. So solo che oggi è qui. Che suona ancora. E che, ancora una volta, non ne sono il padrone.

Sono il custode di un altro tratto di strada.