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Acoustics Guitars

Harmony Stella 1960’s

La Harmony Stella del 1960 è arrivata nella mia vita per due spicci, da Scolopendra, ma prima ancora è arrivata attraverso un viaggio.

Scolopendra è uno di quei posti mitici che non hanno bisogno di raccontarsi.
Chitarre pazzesche, appoggiate lì con la più assoluta nonchalance, come se fosse normale imbattersi ogni giorno in strumenti che altrove starebbero sotto vetro. Nessuna enfasi, nessuna messa in scena: entri, guardi, suoni. Fine.

E poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, tortellini in brodo caldi.
Una pausa vera. Necessaria.

Quel viaggio è stato significativo anche per un altro motivo:
era da tanto tempo che non parlavamo davvero, un po’ insieme, senza distrazioni. La strada, le chitarre, il cibo caldo. A volte basta questo per riallineare le cose.

La Stella, poi, ha fatto il resto.

È una chitarra iconica, certo — la Stella di Kurt Cobain, quella di Polly. Ma ridurla a quell’immagine sarebbe ingiusto. Questa chitarra aveva già una vita prima, e ne avrà un’altra dopo. Cobain l’ha solo resa visibile.

Oggi la uso in open G, con lo slide. Il suono è secco, diretto, senza protezioni. Una voce che non cerca di piacere. Ogni nota resta dove cade. Ogni vibrazione racconta qualcosa che non puoi levigare.

Questa Stella ha una storia pregressa, evidente. E non è sola: insieme a lei ci sono altre due chitarre, che pubblicherò. Strumenti che non si comprano davvero: si attraversano. Ed è qui che per me entra il concetto di custode.

Essere custode non significa aver posseduto una chitarra da sempre.
Significa sapere che non ti appartiene, che sei solo uno dei suoi passaggi. Il custode non corregge, non addomestica, non migliora a forza. Mantiene vivo.

Io non sono il padrone di questa Harmony Stella. Sono quello che, per un tratto di strada — tra una bottega piena di chitarre incredibili, un piatto di tortellini, e una conversazione finalmente ripresa — la tiene accordata e la lascia parlare.

E, quando sarà il momento, saprà anche lasciarla andare.